ISIS "Sergio Atzeni" - Istituto Statale d'Istruzione Superiore

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  11. Francesca Uccheddu
  12. Annalisa Cabras
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Giocando con le parole

Dentro le parole...

Gigeco, l’amico eco... logico

dell’insegnante (perché quando si gioca si fa sul serio!)

 

Cielo grigio opprimente, la nonna sferruzzava, il nonno sonnecchiava col gatto, Lillo aveva messo in giro tutti i suoi giochi ma non ne concludeva nemmeno uno, la mamma andava e veniva indaffarata, dando occhiate proterve ai giocattoli sui quali rischiava di inciampare, continuamente. Era quindi una giornata uggiosa ma tutto cambiò, non appena rientrò il babbo, noto scienziato, impegnato nella progettazione di un sofisticato sistema robotelematico, in grado di rilevare la vasta gamma di ecomostri disseminati lungo le coste e di eliminarli in modo sicuro e pulito, senza lasciare macerie e detriti che nuocciono, comunque all’ambiente. Quel giorno era visibilmente pimpante di gioia e soddisfazione, aveva infatti condotto con sè la sua ultima invenzione: l’ecoamico Gigeco, un prototipo sperimentale:  cilindro metallico sostenuto da due tubi flessibili di aspirapolvere, come le braccia; mani e piedi provenienti da elettrodomestici affini e... due occhioni dolcissimi di luce azzurrina, come due finestrelle aperte sul cielo.

Lillo gli corse incontro con i suoi otto anni fantasiosi. La mamma pure lo accolse speranzosa di avere finalmente un valido aiuto in casa e anche la nonna, per solidarietà, perchè almeno la figlia non avesse a patire, come lei, per i lavori domestici. Solo il nonno, svegliato dal trambusto, si mostrò scettico e, ancor prima che Gigeco fosse introdotto in casa, cercò nella sua saggia mente di professore in pensione un aforisma adatto, sentenziando: “Timeo Danaos at dona ferentes!” (traduzione: “ Temo i greci anche quando portano doni!”)

“Ma no, nonno”, lo rassicurò lo scienziato, “Non c’è bisogno di scandire il latino con un paragone così mordace, Gigeco infatti, al contrario del cavallo di Troia, non nasconde nessun inganno. In lui non c’è ambiguità, non ha un doppio comportamento, non è capace di mentire. E’ quello che sembra: più o meno venti ingranaggi in cui batte un cuore d’oro! E, nonostante le sue grandi virtù non manifesta alcuna boria, è puro e semplice. Del resto lo vedrai all’opera, è in grado di accudire a tutto e a tutti.”

“Questo Gigeco è un bravo ragazzo e le tue sono sempre le solite fisime!”. Così la nonna rimbrottò il marito; non perchè avesse capito il latino virgiliano, ma perchè conosceva, fin troppo bene, la diffidenza del marito per le strambe invenzioni del genero. Fu proprio questo rimprovero che lo indusse a desistere da ogni ulteriore protesta inerente all’accoglienza del nuovo Essere. E così tacque...tacque in latino come in italiano o in qualsiasi  lingua avesse rimuginato altri suoi pessimistici pensieri. Si scostò anzi, lentamente, manifestando solo a gesti, la sua rassegnazione e il suo fatalismo. Potenza delle donne anche se conoscono una lingua soltanto!

“Vedrai, nonno, che farete amicizia”- lo rassicurò il genero- “in fondo avete gli stessi gusti: anche lui ha una grande passione per il canto lirico e per il bowling.”

E in effetti ebbe modo di ricredersi, dopo l’ultimo equivoco, dovuto in parte ai suoi pregiudizi ma anche al suo udito che non era più quello di una volta...

“Gigeco ha letto tutto il pomeriggio, mamma!” - aveva esordito Lillo con orgoglio, quella sera stessa, al ritorno dei genitori, ma il nonno era balzato in piedi, esclamando: “Ve l’avevo detto che non c’era da fidarsi, è un pelandrone, è stato a letto tutto il pomeriggio! Me l’immagino, steso supino a russare e sognare... chissà quali sogni strampalati! Altro che canto lirico!”

 

“Ma, nonno, mi ha letto le fiabe di Gianni Rodari e quelle di Sergio Atzeni, poi mi ha fatto conoscere un personaggio, di nome Giufà... tutto da una bellissima antologia che lui stesso cura!”- protestò Lillo, sgranando gli occhi meravigliati per le tanto ingiuste accuse rivolte al suo, ormai inseparabile, amico Gigeco.

A questo punto il nonno credette in lui e lo tenne sempre in grande considerazione. E così, dal primo giorno, riuscì a farsi voler bene da tutti. La mamma era particolarmente grata, soprattutto perchè Gigeco le aveva liberato la casa dai ragni, in modo incruento perfino, adottando un suo metodo segreto, perchè era rispettoso di ogni forma di vita. L’improvvisa  liberazione da “quelle bestie”, così le chiamava, era di non trascurabile importanza per la padrona di casa, che fin da piccola soffriva di una forma isterica di aracnofobia. Tanti anni prima, mentre aiutava la zia, che faceva la perpetua a padre Francesco, a un certo punto, visibilmente sconvolta, urlò: “Ho pre -preso la cotta per pa-padre Fra-Francesco e...e ... e...” – cominciò a balbettare, non riuscendo a concludere che vi aveva trovato un ragno enorme e orribile, il quale passeggiava in lungo e largo fra le trame della vasta tunica sacerdotale, (la cosiddetta cotta, appunto “veste di lana cotta”). E, siccome l’equivoco tardava a chiarirsi, la zia, prendendola per una screanzata e per giunta sacrilega, la voleva mettere immediatamente in collegio, rinfacciandole, seduta stante, la lunga lista delle precedenti cotte (per cantanti, attori, calciatori ecc.) che “già bastavano ed erano anche troppe, per una figliola ammodo.”

“Cose passate” – diceva, guardando estasiasta la casa linda e splendente e le allegre risate di Lillo per i mille giochi che Gigeco inventava per lui e i suoi amichetti. Ormai era l’amico di tutti, rispettato e amato, membro della famiglia a tutti gli effetti, anche riguardo alla torta di mele: la mamma  faceva le parti anche per lui, sebbene non ne potesse mangiare.Lui infatti era capace di metabolizzare moltissimi materiali, ma non il cibo. La grossa fetta di torta la metteva comunque “in castello”, un piccolo frigorifero di cui era dotato, poi scendeva giù al parco e la regalava con semplicità al suo amico Omero, il barbone che, grazie a lui, cominciava a uscire dal suo ostinato isolamento. Così tutti furono veramente felici della benevola presenza di Gigeco.   Ma... lo sapevate che  talvolta le storie fanno la giravolta e ci riportano al punto di partenza?...

Fine? No, se vogliamo continuare...

 

Insomma sembrava proprio una giornata uggiosa... ma tutto cambiò non appena rientrò il babbo, che in realtà faceva lo scrittore e cominciò a raccontare...

... Cielo grigio opprimente, la nonna sferruzzava, il nonno sonnecchiava...

ma già la conoscete questa storia. E’ fatta di parole che si prendono per mano e fanno insieme un pezzetto di quelle infinite strade misteriose e magiche. Anzi, per quel che ne so io, sono scaturite da una  roccia per il calcio di un cavallo alato! (il mito di Pegaso). Che ridete? Per caso avete un’altra spiegazione più plausibile? Allora, per favore, qualcuno mi vuole spiegare la magia di poco più di una ventina di lettere dell’alfabeto...(Lillo svuota il sacchetto delle biglie e mettici le letterine a-b-c...) che formano un numero limitato di parole che a loro volta formano un numero... infinito di storie? Dite di no?

E trovatemi chi riesce a mettere il bavaglio agli scrittori (di età compresa tra i sei e i centosei anni) e dica: “Fine delle storie, non ce ne sono più, non raccontatene perchè sono finite, come i cioccolatini alla festa!” Boh!  magari avevano davvero ragione gli antichi! Dunque c’era un cavallo alato, passava per il Parnaso... come dite... ci menava per il naso? Ma no, ma dài ...

 

Fine anzi no... Infinito

25 giugno 2005

 

 Webmaster: EmmeEffe  
  Isis Sergio Atzeni - Capoterra. Aggiornato il 07.11.05